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di Massimo Barbero

Nel febbraio 1984, quand’ero un ragazzino di appena 11 anni, ho vissuto un frammento di una domenica allo stadio che mi era rimasto impresso a lungo per ciò a cui avevo assistito, a pochi metri da me. Nei distinti la gente, infuriata, inveiva contro Santino Tarantola che aveva seguito la partita, come quasi sempre faceva quando non sedeva in panchina, dall’ingresso dei tunnel degli spogliatoi…

Cos’era accaduto di tanto terribile? Una vittoria data per scontata contro il Mira penultimo in classifica… si era rivoltata in un incredibile sconfitta nel finale. Tifosi novaresi di tutte le età che si erano purtroppo resi conto che quella in C2 non sarebbe stata solo una fugace parentesi come immaginavano dopo il 6-0 alla Casatese di due campionati prima… erano letteralmente inferociti, tanto che un signore aveva rimbrottato persino mio padre con l’assurda frase: “non si portano i bambini allo stadio…!!!”.

Il mio amico e coetaneo Stefano, quasi a digiuno di cose pallonare, mi aveva chiesto con ingenuità fanciullesca: “perché ce l’hanno così tanto con questo signor Tarantola?” Io lì per lì gli avevo dato una risposta apparentemente sicura e convinta che invece altro non era che la copia, acritica, di ciò che avevo appena raccolto dagli umori del pubblico: “Perché Tarantola ha preso il Novara in B, quasi in A, e l’ha fatto andare in C2…”.

Era questa la sentenza popolare… di chi si era già dimenticato delle promozioni con Molina e Parola in panchina, dei 7 anni di B, del sogno scippato a Catanzaro a Pasqua 1976… e si limitava a rimarcare solo i capitoli più tristi di quella che invece era stata a lungo soprattutto una bella storia sportiva che avremmo rimpianto per molto tempo…

Mio padre però non me l’aveva fatta passare… Aveva preso le difese di Santino Tarantola innanzitutto di fronte ai miei occhi ed ovviamente mi aveva immediatamente convinto della bontà delle proprie idee perché quello che ti dice Papà a 11 anni è quasi Legge.

Svanita, con il passare del tempo, l’epoca del mero atto di fede nei confronti del verbo genitoriale, mi ero reso conto però di come Papà avesse davvero ragione. In quelle stagioni trascorse dalla beffa di Catanzaro 1976 al doloroso kappao con il Mira che l’avrebbe davvero convinto a passare la mano… Tarantola aveva sacrificato energie, affetti, sostanze… una fetta del successo della propria attività e gran tempo da dedicare alla famiglia… nel disperato tentativo di tenere eppoi riportare il “suo” Novara in una realtà dalla quale purtroppo stava scivolando inesorabilmente via…

Che ne aveva avuto in cambio? Forse qualche affare e certamente una bella fetta di popolarità che però nei giorni delle sconfitte stava diventando un pericoloso boomerang. Molti di coloro che lo ossequiavano all’epoca delle vittorie gli avevano voltato le spalle… parecchi “amici” dei momenti belli erano diventati di colpo contestatori… anche feroci…

Così va il mondo e così andava… anche nell’epoca in cui non c’erano i social (e nemmeno internet) ad amplificare malcontento, odio, presunzione di saperne sempre più degli altri…

Il tempo però è galantuomo… e quello stesso pubblico che fischiava (o insultava) il Santino all’alba del febbraio 1984… negli anni successivi aveva cominciato a sognarne ed invocarne il ritorno… mentre la sua Sparta scalava le categorie ed il Novara annaspava nel grigiore del disinteresse amplificato ora da risultati  estremamente mediocri. Fino alle porte di un derby cittadino che nell’estate 1990 ci è stato evitato solo da un provvidenziale ripescaggio.

Ho ritrovato Tarantola una domenica di fine giugno 1992 al “Voltini” di Crema aggrappato alla rete ad incitare un Novara (non costruito da lui) ancora a caccia del punto salvezza. Con i capelli divenuti completamente bianchi, ma con la stessa voglia di riprendere il discorso bruscamente interrotto otto anni prima. Fu sufficiente quel pomeriggio a farmi innamorare di un Presidente a propria volta follemente innamorato dei colori azzurri.

Quel biennio del suo “ultimo tentativo” rimane per me un ricordo intenso, dolce e malinconico assieme. Dopo la partita persa con la Solbiatese con Del Neri in panchina in tanti in città avevano sentenziato “ecco, siamo alle solite, non vogliono salire…”.

Invece il Santino avrebbe dato qualsiasi cosa pur di vincere quel campionato. Pur di riportare il suo Novara in quella “B” salutata a Palermo in una domenica di giugno avanzato di tanti anni prima…

Il mio percorso di maturazione “da tifoso” è passato poi attraverso un altro “choc” indimenticabile: luglio 1996 il mese dell’addio improvviso di Giampiero Armani.

Armani, da quando seguo il Novara, rimane forse il Presidente più acclamato dai tifosi azzurri, ma anche l’unico che abbia deciso improvvisamente di “portarsi a casa il pallone” (per motivi che onestamente non conosco e dunque non posso giudicare) con i rischi e le conseguenze del caso. 

In quell’estate di torride illusioni mi sono reso conto che se l’azionista di maggioranza sceglie di “portarsi a casa il pallone…” tutto viene cancellato in un istante. Una delle squadre più belle ed una delle vittorie più esaltanti del nostro ultimo mezzo secolo di storia erano state spazzate via di colpo da una rinuncia, un litigio, un’incomprensione.

In momenti del genere non ha più senso disquisire di allenatori, calciatori, 4-4-2 o 4-3-3, persino di amore per una maglia che rischia di finire confinata nell’album dei ricordi.

Tutto passa in secondo piano, vanificato dal disimpegno del maggior azionista.

Per questo, da quel luglio 1996, sono sempre, più o meno, dalla parte di chi per il Novara si impegna concretamente. E non ingrosso le fila di chi il Novara lo critica da fuori, magari senza nemmeno venirlo a vedere. In 110 anni di vita il Novara Calcio ha avuto risultati non sempre esaltanti (e talvolta deludentissimi come quello dell’ultimo campionato) ma, salvo un paio di azzardi non andati a buon fine, ha comunque avuto la fortuna di avere azionisti seri (più o meno simpatici, più o meno lungimiranti o facoltosi, ma comunque seri) che ne hanno proseguito la storia anche nei periodi più bui. In poche altre città italiane possono dire, a buon diritto, la stessa cosa.

Fare un paragone tra Santino Tarantola e Massimo De Salvo, vi potrà apparire adesso un azzardo imperdonabile. Da una parte c’è un personaggio avvolto nel mito quantomeno dal triste lunedì mattina in cui è arrivata la notizia della sua scomparsa, dall’altra un Presidente oggi contestato per una fresca, amarissima, caduta sportiva.

Certo, le diversità tra i due sono evidenti. Innanzitutto legate all’anagrafe perché 46 anni di differenza sono un abisso in un mondo del calcio che è ora lontano anni luce dall’era dei presidenti stile Boniperti, Viola, Mantovani, Rozzi o Anconetani.

Poi dovute ai rispettivi trascorsi: Tarantola è cresciuto alla scuola di Luciano Marmo con il Novara nel sangue, De Salvo il Novara l’ha scoperto alla soglia dei trent’anni per contingenze legate anche al proprio sviluppo professionale (ma gli imprenditori “novaresi” dov’erano nel lungo periodo intercorso tra queste due presidenze?).

Senza dimenticare le differenti realtà economiche: Tarantola era a capo dell’impresa Tarantola geometra Santino, dietro a Massimo De Salvo c’è un gruppo ben più vasto e complesso.

Infine ci sono innegabili diversità caratteriali e di comportamento perché, per fortuna, quasi tutti siamo diversi l’uno dall’altro. Ma limitandosi a sovrapporre le due diverse gestioni sportive, senza farvi traviare da fuorvianti preconcetti, troverete anche dei punti in comune. Innanzitutto sul piano dei risultati: 7 campionati di B con Tarantola presidente, 6 campionati di B ed 1 di A con De Salvo al timone.

In mezzo alle loro gestioni non solo il Novara non ha mai conosciuto la serie cadetta per quei fatidici 33 anni… ma lo stesso oblio è toccato a tutte le realtà piemontesi di provincia (eccetto Toro e Juve dunque) come se da queste parti la luce si fosse spenta di colpo. Poi dal punto di vista dell’impegno ultradecennale che ha pochi altri esempi di simile longevità dirigenziale nella storia recente dello sport cittadino novarese (onestamente ricordo solo Ubezio dell’hockey mentre il decennio di Caserta nell’Asystel si è chiuso malissimo).

Infine sul piano della realtà dell’uomo solo al comando che, nel bene o nel male, rappresenta l’unica strada davvero sostenibile in un calcio che, per necessità di decisioni tempestive e possibilmente univoche, solitamente mal si combina con gestioni collegiali.Dal mito Santino Tarantola… Massimo De Salvo dovrebbe forse prendere innanzitutto l’abitudine a “ringhiare” più spesso per difendere il proprio progetto ed i propri uomini.

Ringhiare contro i Valerio Marini di turno, contro gli eventuali scansafatiche in maglia azzurra, contro le assurdità del mondo del pallone, contro i presidenti avversari che la sanno lunga e perfino contro i propri tifosi nei casi estremi, se proprio necessario.

A costo di risultare impopolare, tanto i risultati sportivi deludenti portano l’impopolarità comunque (ed anche in Lega e Federazione non siamo tradizionalmente molto “ben considerati”)

E dunque bisogna far tutto il possibile (ed anche qualcosa di più) per scongiurare le sconfitte, per motivare l’intera truppa (squadra ed intero contorno) alla battaglia settimanale e/o giornaliera che li attende.Rispetto agli ultimi anni della “prima era Tarantola” dobbiamo ora cercare a tutti i costi di rimanere comunque aggrappati almeno alla speranza di tornare in serie B.

Come non abbiamo saputo fare all’inizio degli anni ottanta quando il caso Troilo ha segnato la fine di un’era e risalire la china dal pantano della C2 è diventata impresa improba per tutti i dirigenti che si siano alternati in Viale Kennedy dal 1982 in poi, anche per quelli giunti con le migliori intenzioni e con grandi possibilità. Il grande merito di Sergione Borgo è stato quello di ridare al Novara una mentalità vincente ed un ambiente favorevole, di riportarlo in una categoria ed in una posizione almeno dignitose, sempre a costi sostenibili per la società.

Quale imprenditore si sarebbe avvicinato ad un club ancora sul fondo della C2 gravato da debiti e malcontento per ricchi triennali ad anonime comparse? Il Novara del 2006, quello dell’era pre De Salvo, era una bella opportunità per chi volesse investire nel calcio perché eravamo una realtà pulita, sostenibile, affiancata da un entusiasmo crescente. Se continuiamo a stare lì, nella parte sinistra della classifica e possibilmente nelle primissime posizioni… senza zavorrarci di gestioni economicamente insostenibili e del disfattismo popolare dei deboli… prima o poi (speriamo prima ovviamente!) ce la faremo di nuovo… Perché, a differenza di dieci anni fa, adesso la strada per il paradiso calcistico la conosciamo… Forza Novara sempre!!!

Ps: chiudo con un in grosso in bocca al lupo al grande Ludi all’inizio della sua sfida più difficile.

Forza Charly, siamo tutti con Te!!!

Massimo Barbero

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