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Stavolta cominciamo dal cuore dall’intervista. Da quell’ultimo Novara-Cesena di campionato che Fabio Lorenzini ha vissuto in campo.

Stavolta cominciamo dal cuore dall’intervista. Da quell’ultimo Novara-Cesena di campionato che Fabio Lorenzini ha vissuto in campo. Era il marzo 2009 e dopo il 3-1 di Venezia era già tempo di “andate a lavorare”. La curva era in sciopero anche per protestare contro il divieto ai tifosi ospiti di partecipare alla trasferta piemontese: “Era una partita decisiva per noi – racconta Fabio – Ero partito in panchina, ma dopo pochi minuti dovetti entrare per sostituire Brizzi. C’era un campo inzuppato d’acqua. Quasi subito mi feci male. Tutta colpa di una scivolata. Il ginocchio fece un rumore molto preoccupante. Giocai per tutto il primo tempo fasciato. Nell’intervallo i medici capirono che era successo qualcosa di grave. Volevano sostituirmi, ma io non mi arresi. Chissà perché… intuivo che quella sarebbe potuta essere la mia ultima partita con la maglia azzurra, come purtroppo è stato. Ripresi con un’iniezione ed un’altra fasciatura al ginocchio. Fino alla fine. L’indomani la risonanza magnetica fu impietosa: rottura del collaterale interno”. 
E nel recupero, dopo l’1-1 dei bianconeri, la palla decisiva capitò proprio sulla testa di Lorenzini, su angolo battuto dalla desta da Evola, sotto la Nord, vuota e polemica: “Incornai da solo sul primo palo, senza trovare lo specchio della porta. Forse se quel pallone si fosse insaccato le cose sarebbero cambiate…”. 
Ed invece un Lorenzini a fine contratto dovette lasciare il Novara proprio quando il meglio stava per arrivare: Pro Belvedere ed Entella prima dell’anticipato addio al calcio professionistico: “Ho raggiunto la mia famiglia all’Argentario. Gioco in una formazione dilettantistica locale. In estate non ho avuto grandi proposte. I tempi sono cambiati. E non me la sentivo più di star lontano dai miei cari, se non a determinate condizioni. Per il futuro chissà. Ho preso il patentino da allenatore. Dicono che avessi particolare intelligenza tattica anche in campo. Mi piacerebbe cominciare dai ragazzi. Il mio sogno è quello di aprire una scuola calcio, dalle mie parti”. 
Fabio avrebbe tutte le ragioni per “maledire” quell’”andare a lavorare” urlatogli addosso quando lottava con un ginocchio a pezzi. Ed invece: “Sono cose che ci stanno… Sono ancora molto affezionato a Novara ed al Novara. Per me non è stata solo una squadra, ma molto di più. Le soddisfazioni più belle delle mia vita le ho avute nella vostra città. Mi sono sposato, sono nati i miei due figli. Eppoi ho avuto l’affetto incondizionato delle persone. Ringrazio in particolare le famiglie De Felici ed Angiuoni che mi hanno sempre trattato come fossi uno di loro…”. 
Il jolly di Orbetello ha ricambiato tanto calore dando sempre il massimo in campo: “Credo di aver dato tutto per i colori azzurri. Portiere a parte, sono stato impiegato in tutti i ruoli del campo. Con Jaconi ho fatto il terzino, destro e sinistro. Bellotto mi ha schierato persino mezzapunta, una volta a Sesto San Giovanni. Erano altri tempi… Mi ricordo un allenamento di rifinitura che è consistito nello spalare la neve sul campo del “Piola” per evitare lo 0-3 a tavolino. L’indomani vincemmo 1-0 con Jaconi in panchina…”. 
C’è un fotogramma rimasto nel cuore di Fabio: l’irresistibile sgroppata sulla destra che è valsa l’1-1 di Elia nei minuti di recupero, in casa contro il Genoa: “Era un brutto periodo per me. Vatta e Cabrini non mi vedevano. Nelle prime partite non ero mai sceso in campo. Contro il Genoa il mister mi mandò in campo sullo 0-0 a pochi minuti dalla fine dicendo: “Vai in mezzo, sposto Porcari a destra”. Io lo rassicurai, invece, sulle mie capacità di fare anche l’esterno e così non ci furono rivoluzioni. I rossoblu passarono in vantaggio, ma riuscimmo a pareggiare. In quell’azione c’era tuta la mia voglia di essere ancora protagonista con la maglia del Novara”. 
Grandi motivazioni che non gli sono state sufficienti per partecipare alle stagioni dei trionfi: “Sono molto contento per i traguardi che ha raggiunto il Novara. Ma sarei un ipocrita se ti dicessi che non ho provato nemmeno un pizzico di dispiacere per non esserci. Ci sono rimasto un po’ male perché fino a qualche settimana prima dell’arrivo di Sensibile mi erano stati fatti discorsi diversi dalla proprietà. Sono andato via sapendo che ormai si erano costruite le basi per salire di categoria…”. 
Il discorso si sposta sul Novara attuale. Un 3-0 casalingo mancava dall’aprile 2007, gara interna con la Pistoiese di Tedino: “Mi spiace per il momento che sta vivendo la squadra di Tesser. Ai tifosi dico solo di avere pazienza. Il salto di categoria è molto importante ed era inevitabile che ci fossero delle difficoltà. Ho sentito di una contestazione. I giocatori della vecchia guardia, protagonisti di due promozioni, non la meritano. Ho visto che Pederzoli è in discussione. Ed allora perché non riprendere Borgo? E’ l’uomo ideale per dare una scossa in un momento del genere”. Eppoi sarebbe un bel modo per la famiglia De Salvo per ripartire dall’uomo con il quale hanno iniziato quest’avventura…”. 
E’ ancora grande il legame tra Fabio ed il Direttore di tante epiche battaglie: “Con Borgo non ci sono vie di mezzo. O lo ami o lo odi. E chi lo odia è solo perché non è riuscito a comprarlo. Ho apprezzato molto il fatto che ci abbia difeso fino alla fine, come aveva promesso. Citava spesso Platone per dire che le sue scelte (cioè noi) e le sue idee erano come dei suoi figli… e che per questo non ci avrebbe mai abbandonato... Mi è spiaciuto vedere il modo in cui è stato allontanato. Ed invece aveva fatto un lavoro eccellente, scegliendo tanti elementi di valore a basso costo. Ad esempio Bertani e Porcari…”. 
E’ il momento dei saluti. O meglio dell’arrivederci: “Abbraccio tutti i novaresi e li ringrazio per quello che mi hanno dato. Spero di tornare presto nella vostra città. Non vi dimenticherò”.

Massimo Barbero

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