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mercoledì 24 giugno 2026 ore 15:28

L'editoriale azzurro

domenica 12 luglio 2026 ore 15:24

A cura di Massimo Barbero

Mi prendo una settimana “di stacco” dal microcosmo Novara per dissertare sulla profonda crisi che affligge il nostro calcio ed, a cascata, quasi tutti i club della penisola. La ricorrenza del ventennale dalla Coppa alzata da capitan Cannavaro è risultata particolarmente opprimente da rivivere perché è da quella sera, dal 9 luglio 2006, che l’Italia non disputa una partita ad eliminazione diretta in un Campionato Mondiale. All’indomani della sconfitta ai rigori in Bosnia avevo dedicato solo qualche riga all’argomento, ormai superato dalla delusione che ci aveva inflitto la sera prima il Lumezzane al “Piola”… Ora provo ad elaborare concetti più approfonditi e, mi auguro, il meno banali possibili.La terza esclusione consecutiva dalla rassegna iridata è decisamente la più difficile da accettare. 

Perché nel 2017, in fondo, nel gironcino ci aveva superato la fortissima Spagna e nello spareggio la Svezia ci aveva battuto solo grazie ad un autogol. Ce l’eravamo presa con il povero Tavecchio e col CT Ventura… credendo fosse un evento comunque irripetibile... Avevamo archiviato pure il suicidio palermitano al cospetto della Macedonia del Nord del 2022 come un incidente di percorso, ancora ebbri dell’euforia per l’Europeo sorprendentemente vinto nel luglio precedente.Stavolta no, non possiamo più fare finta di nulla. Perché la Norvegia ci ha asfaltato nel doppio confronto con un eloquente 7-1. Eppoi nello spareggio la Bosnia ci ha letteralmente preso a pallonate, ancor prima dell’espulsione del solito Bastoni. 

E soltanto due anni fa all'Europeo avevamo perso nettamente con la Svizzera. Siamo messi male ed a confermarlo c’è anche la constatazione che l’Under 21 (torneo che dal 1992 al 2004 ci aveva visto assoluti dominatori con ben 5 titoli europei) non si qualifica per le Olimpiadi dal 2008. Ed, a dispetto di qualche effimero successo europeo giovanile, non andremo nemmeno al prossimo Mondiale Under 20. La realtà è che il trionfo di Berlino ha rappresentato l’ultimo colpo di coda di un ciclo già in fase calante. Probabilmente eravamo più forti al via della rassegna nippocoreana, condizionata purtroppo da Byron Moreno e dai suoi predecessori. La goduriosa vittoria sui transalpini l’avevano legittimata nelle edizioni precedenti, segnate invece da cocenti delusioni ai calci di rigore.

Secondo me tutto è cominciato da un altro 8 settembre destinato a passare alla storia, precisamente dall’8 settembre 1996. Trattasi della prima domenica con le partite della A trasmesse tutte in diretta, in pay per view. Una novità che, andando per gradi, ha finito col stravolgere le abitudini dei calciofili. Gli stadi di provincia ed i campi di periferia da quel giorno sono andati progressivamente svuotandosi a favori di bar sempre più affollati eppoi, col tempo, di comodi divani di casa occupati da tifosi da salotto che prima facevano la coda ai botteghini. Con l’andare delle stagioni la A ha inghiottito tutti gli altri campionati, togliendo loro ogni visibilità in nome del ben noto “spezzatino” televisivo. Le altre leghe professionistiche sono scivolate, a loro volta, in analogo errore inseguendo questa moda di partite ad ogni giorno della settimana ed ad ogni ora, finendo così col disamorare anche gli appassionati che erano dolcemente legati al rito della domenica pomeriggio.Le società di vertice hanno incassato dalle tv introiti inizialmente inimmaginabili, ma li hanno reinvestiti nel peggiore dei modi. Drogando il mercato con cifre assurde, praticamente mai destinate al calcio minore o di base. 

Ed alla lunga nemmeno in grado di mantenere la serie A ad un adeguato livello di appeal e competitività internazionale. Non ho mai ritenuto uno scandalo pagare in maniera astronomica Ronaldo il Fenomeno… il vero cruccio è rappresentato da quanto ha cominciato a guadagnare, dall’oggi al domani, un Paramatti qualsiasi...Ad ogni fallimento Mondiale si disquisisce sul numero delle squadre: si chiede di ridurre i club di A e di limitare le società professionistiche. Non credo francamente sia la strada migliore. Ridurre la quantità di squadre e di partite vorrebbe dire ridurre il numero di calciatori impiegabili, restringere di conseguenza il bacino di utenza da cui poter attingere. Pablo non è un uomo di lunghi discorsi davanti ai microfoni, ma le sue parole sono sempre mirate, ragionate e ficcanti. Quest’anno, in un intervista rilasciata all’amico Massara, ha criticato l’esiguo numero di partecipanti al girone di Primavera 4 (solo 11 formazioni al via). Un giovane che è sul punto di sbocciare può permettersi di giocare, se va bene, solo 22 gare ufficiali (play off compresi) in una stagione? Eppoi… perché i club di A vorrebbero campionati con meno concorrenti? 

Per avere più tempo di volare in Australia a disputare danarose amichevoli agostane? Per poter scappare a Riad a giocare un assurda Supercoppa a quattro? Io abolirei le competizioni appena inventate tipo Nations League o Mondiale per Club e non avrei mai allargato a dismisura Champions e Coppa del Mondo. Ma non toccherei mai il format di campionati che salvaguardano la passione popolare, di tutte le realtà. Nel 1990 avevamo 146 società professionistiche (108 nella sola C) ora siamo scesi a 100 (con 60 club di terza serie). Le cose vi sembrano andare meglio rispetto all’estate delle notti magiche? Quanto abbiamo perso… relegando per più stagioni tra i dilettanti piazze (per citarne solo qualcuna) come Varese, Alessandria, Siena, Taranto o Messina?

Non credo sia nemmeno un problema di stranieri e non avrebbe senso andare a battere quel tasto perché tanto indietro ormai non si torna... Se i nostri giocatori fossero davvero forti andrebbero a giocare titolari in Premier e li riavremmo nelle soste ancora più competitivi per la Nazionale. E se arrivassero stranieri d’alto livello (come avveniva negli anni ottanta-novanta) farebbero solo bene al nostro movimento: elevando la qualità e la personalità dei giovani italiani, ingenerando introiti ed entusiasmo, alzando la competitività dei club nelle coppe europee.Piuttosto cercherei un “gentleman agreement” tra le società affinchè le nostre Primavere non siano più intasate da calciatori non italiani, togliendo così spazio a profili emergenti. E’ quella l’età in cui si cresce e si può e deve fare il salto di qualità. Faragò giocava poco nella Berretti e nel primo anno di Primavera. Poi è rimasto in azzurro ed ha iniziato il continuo crescendo che nel gennaio 2017 l’ha portato in A, da protagonista.La vera via da imboccare è quella di tornare a valorizzare i campionati minori, dalla B a scendere, restituendo loro visibilità, appeal e sostenibilità. Sono queste categorie, anche la C si intende, che consentono ai vari Rossi, Cabrini, Tardelli, Roberto Baggio, Schillaci, Vieri, Toni di turno di emergere fino a diventare un giorno protagonisti ai massimi livelli e, di conseguenza, con la casacca dell’Italia.Non sono un tecnico, non posso entrare nello specifico, ma occorre ridare a questi club di provincia la possibilità di una gestione sana, senza esborsi insostenibili per imprenditori seri che si affaccino al calcio. 

Non è un bel segnale sapere che presidenti del calibro di Corsi (Empoli) o Stirpe (Frosinone) abbiano ceduto o siano sul punto di cedere la maggioranza delle loro quote a fondi Usa. Non è pensabile dover spendere tot milioni di euro ogni anno per arrivare magari decimi in C, a fronte di introiti sempre modesti. Una provincia che funziona rappresenta la garanzia di un ricambio al vertice che fa bene a tutto il movimento. Le quasi 150 realtà professionistiche d’inizio anni novanta hanno costituito una ricchezza su cui poche altre nazioni potevano contare e questo faceva la differenza. E’ indifferibile una riforma legislativa che ritorni a rendere praticabile la strada di chi vuole fare calcio anche in ambito locale senza doversi svenare di continuo.

E’ indispensabile tutelare i club virtuosi che decidono di investire nel settore giovanile come ha meritoriamente scelto di fare il Novara a partire da quest’estate.Bisogna evitare, infine, che le società siano zavorrate da assurdi limiti di trasferta ai loro tifosi che tolgono entusiasmo ai più giovani e conseguentemente incassi e passione popolare.I ritorni di Conte o Mancini oppure l’approdo in azzurro di un personaggio universalmente amato come Paolo Maldini potranno magari regalarci, come è successo nel recente passato, l’adrenalina di un mese di ritrovata competitività a livelli assoluti, ma non risolveranno da soli il problema. Per cambiare davvero le cose, per riavvicinarci ai fasti di un’era che oggi sembra lontanissima… dobbiamo rimettere al centro l’amato pallone. E soprattutto il serbatoio dei club di provincia da cui poter nuovamente attingere… 

Forza Novara sempre!!!